In certe epoche, persino il respiro sembra un gesto fragile, un filo sottile sospeso tra oppressione e assenza. L’aria vibra di tensioni senza volto, di minacce che si accumulano e si stratificano come onde interminabili: guerre, crisi, notizie incessanti che si sovrappongono in un coro dissonante. In mezzo a tutto questo, il gesto dello scrivere o condividere cose in-urgenti appare fragile, quasi ridicolo: un seme gettato in un deserto di vento, una scintilla nel buio che sembra destinata a spegnersi prima ancora di accendersi.

In un tempo in cui le notizie si affollano come onde in tempesta, ogni pensiero rischia di apparire superficiale. Scrivere di bellezza, di memoria, di ciò che sfugge, sembra un lusso inadeguato davanti al dolore immediato, davanti a ciò che urla la sua gravità: genocidi, guerre, crisi globali. Si sente il peso della distanza, la vertigine di non essere abbastanza consapevoli, abbastanza presenti, abbastanza concreti. Troppo tra le nuvole, troppo altrove. Eppure, in questa fragilità si nasconde qualcosa. Scrivere di cose in-urgenti non redime nessuno, non bilancia la sproporzione del dolore. Non salva popoli né economie. È un gesto minimo, a volte ridicolo, ma forse proprio per questo reale: un appiglio al respiro, un segno che resta. Non per negare l’urgenza del mondo, ma per non lasciarsi cancellare da essa. Non è un atto eroico, né una via di fuga. È un filo sottile che si tende tra rumore e silenzio, tra l’eccesso di notizie e il vuoto che lascia senza voce. Forse non serve a molto, se non a ricordare che anche nell’assedio dell’urgenza può esistere un tempo che si dilata, un pensiero che si ostina a non sparire.

Ma la bellezza è davvero un atto di sopravvivenza? O è piuttosto un lusso che ci concediamo dalla parte fortunata del mondo? E sopravvivere, poi, a cosa? All’eccesso di notizie, al logorio dell’ansia collettiva? C’è ancora spazio per la nostra interiorità, o è stata del tutto assorbita dall’urgenza del mondo, dalle sue richieste incessanti di schieramento, di reazione, di partecipazione immediata? E se ci fosse spazio, quale forma potrebbe prendere? Un rifugio? Una resistenza silenziosa? Un atto di irresponsabilità o di coraggio?

C’è un disagio che attraversa i giorni e resta spesso inespresso. È il disagio di vivere una vita normale mentre il mondo si sgretola. Di desiderare un viaggio, un abito, una stanza silenziosa, mentre altrove si muore. È un fastidio sottile che si attacca alla pelle: ogni volta che ci si concede un piacere o un pensiero leggero, ecco la voce del rimprovero interiore, che sussurra “e tu, che diritto hai di pensare a questo?”.

Così ci si muove in una condizione paradossale. Da un lato la necessità di continuare: lavorare, fare progetti, sognare, restare ancorati a un ritmo quotidiano che garantisce sopravvivenza. Dall’altro, la percezione costante che ogni gesto sia insufficiente, superfluo, o addirittura colpevole davanti alla sproporzione del dolore del mondo. È un campo di forze che non si lascia risolvere: da un lato l’urgenza globale, dall’altro la fragilità individuale. E in mezzo, un senso di colpa che divora.

La nostra epoca sembra moltiplicare questa sensazione. L’accesso ininterrotto alle notizie ci tiene costantemente sul bordo dell’abisso: ogni scroll, ogni titolo, ogni fotografia ci ricorda che altrove qualcuno sta perdendo tutto. La vicinanza virtuale alle tragedie ci fa percepire una responsabilità immensa, mentre la distanza fisica ci condanna all’impotenza. Informarsi diventa un dovere, ma anche una forma di logoramento; non informarsi sembra irresponsabile, ma informarsi senza tregua ci condanna ad uno stato di apnea.

Così si abita una contraddizione: si cerca di resistere senza smettere di vivere, di respirare senza colpevolizzarsi. Si finisce per chiedersi: c’è ancora spazio per un’interiorità che non si giustifichi di continuo, che non debba essere tradotta in opinione o presa di posizione?

Non esistono risposte lineari. Forse l’unica possibilità è non fuggire dalla contraddizione, ma abitarla. Restare nella tensione tra il desiderio di una vita piena e la consapevolezza del dolore che attraversa il mondo. Non fingere che sia semplice, né chiudere gli occhi davanti al peso della realtà. Continuare a fare spazio al pensiero, anche quando sembra superfluo. Continuare a desiderare, anche quando sembra un tradimento. Continuare a scrivere e a vivere anche di cose in-urgenti, come un atto fragile ma necessario.

Abitare la contraddizione non significa trovare una via di mezzo, ma accettare che il nostro tempo non consenta pacificazioni facili. È un esercizio di presenza, un modo di non smettere di sentire e allo stesso tempo di non annullarsi. In questo spazio incerto si trova forse la sola forma possibile di resistenza: non lasciarsi schiacciare dall’urgenza del mondo, ma nemmeno fingere che non ci riguardi. Restare in bilico, in equilibrio precario, con la consapevolezza che è proprio in questo bilico che prende forma la nostra umanità.